Agli inizi del XX secolo, la Russia era una paese molto vasto ma caratterizzato da una grande miseria.
Nel 1861 lo zar Alessandro II aveva abolito la servitù della gleba, dando la possibilità ai contadini di affrancarsi a patto di riscattare la terra in cui lavoravano; molti di loro però non furono in grado di uscire dallo stato di povertà. Lo zar venne assassinato nel 1881 da un gruppo di rivoluzionari che mirava a rovesciare il regime; i suoi successori aumentarono così la repressione.
Dal punto di vista economico, gli investimenti esteri avevano consentito di far crescere la rete ferroviaria e telegrafica, ma la produzione industriale restava inferiore a quella degli stati dell’Europa occidentale.
Nel 1904 la guerra contro il Giappone e le sommosse da parte di contadini e operai indebolirono il regime zarista; nel 1905 sorsero delle assemblee di operai rivoluzionari, chiamate Soviet.
Nel 1914 l’Impero russo partecipò alla Prima Guerra Mondiale, a fianco degli Stati dell’Intesa (Regno Unito e Francia) contro gli Imperi centrali. Un anno dopo fu costretta alla ritirata, perdendo il controllo della Polonia.
Nel 1917 il malcontento popolare esplose: il Parlamento, chiamato Duma, e i Soviet di operai e soldati deposero lo zar Nicola II, ultimo della dinastia Romanov.
Nel mese di ottobre i bolscevichi, l’ala più estremista del Partito Operaio guidata da Lenin, organizzarono una rivolta armata e presero il potere. La guerra civile che ne seguì finì nel 1922, con la vittoria dell’Armata rossa e la fondazione dell’Unione Sovietica, il primo stato socialista del mondo.

